Alcool: quando si dice unire l’utile al dilettevole

Bere in maniera moderata, oltre che un piacere, potrebbe anche aiutare a prevenire i disturbi cardiovascolari di non poco conto. Questo è quanto emerge da un grande studio effettuato da alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’University College di Londra (UCL) su circa 2 milioni di individui adulti del Regno Unito e pubblicato qualche giorno fa dal British Medical Journal.

Considerando che nel Regno Unito per “bere moderatamente” si intende bere non più di 7 birre medie (con bassa gradazione) alla settimana, gli studiosi si sono concentrati sull’associazione tra consumo di alcool e la manifestazione di 12 malattie cardiovascolari analizzando risultati clinici elettronici su quasi 2 milioni di adulti britannici in salute. Interessante è il fatto che gli astemi sono stati separati dagli ex bevitori e da quelli occasionali.

Dai risultati sembra che chi beve in maniera moderata presenti un rischio inferiore di essere affetto da disturbi cardiovascolari – tra cui insufficienza cardiaca e ictus ischemico – rispetto a chi non beve proprio. Ma i ricercatori ci tengono a sottolineare che, nonostante queste evidenze, non intendono comunque incoraggiare a prendersi cura della propria salute bevendo più che praticando attività fisica e smettendo di fumare.

Sicuramente, essendo uno studio osservazionale, non è possibile trarne conclusioni definitive.
Ma ad ogni modo, a detta degli autori della ricerca, la sua peculiarità e la sua importanza risiedono nel fatto che “è la prima volta che questa associazione – tra consumo di alcool e disturbi cardiaci –è stata studiata su così larga scala e i suoi risultati hanno implicazioni in vari campi quali la consulenza al paziente, la comunicazione sulla salute pubblica e l’uso di strumenti di previsione pubblici.

Opinioni e commenti su questa ricerca giungono anche da ricercatori dell’Harvard Medical School e della Johns Hopkins School of Public Health negli USA. A loro parere, nonostante questo studio britannico non apporti chissà quale grande scoperta, ad ogni modo apre il campo a “studi più sofisticati che permetteranno di sfruttare un grande flusso di dati in una serie di risultati utili, affidabili e imparziali in grado di informare la salute pubblica, la cura clinica e la direzione della ricerca futura”.

E forse è proprio nel suo sviluppo futuro che risiede la forza di questo studio.

Fonte: http://www.bmj.com/content/356/bmj.j909

 

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